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La follia dell'amore

non essere per essere

Nel 2000 la sua ricerca teologico-iconica la porta a sperimentare una nuova tecnica ripresa da quella delle antiche icone russe ma rivisitata con un linguaggio pittorico moderno; l’opera “La follia dell’amore”, esposta nel 2000 alla IX Biennale d’Arte Sacra al Santuario di San Gabriele a Teramo, è composta da un trittico di formelle di legno, su cui è stata applicata la foglia d’oro, poi dipinte con pennellate rosse, ecc.; esprime le tematiche della teologia pasquale, dell’Incarnazione, della morte e della Risurrezione di Cristo. 
L'opera viene inserita nel libro: "L'Arte Sacra in Italia" di Timothy Verdon.

 


UN MEDIATORE CHE È NULLA presentazione di PIERO CODA


Il tempo nostro è tempo di crisi. Di passaggio. Sembra persa - almeno in superficie - la memoria di ciò ch'è passato, e ancora  non si sa dar forma nitida e compiuta a ciò che, di là da venire, pur confusamente s'intuisce. Eppure, questa paradossale condizione di orfanezza da ciò che più non è e di esodo verso ciò che non è ancora, appare necessaria: per quella legge di vita, secondo cui solo ciò che s'è perso può essere in forma nuova ritrovato; ed è, insieme, riflesso di Colui che, essendo per (natura simile a Dio e ricolmo pertanto della Luce che non conosce tramonto, s'è inoltrato nella notte del Nulla per distribuire ai molti i tesori della sua infinita ricchezza. Gratuitamente ha ricevuto, gratuitamente dà. La situazione del tempo richiama e fa attuale la condizione del Verbo che, annientando d'amore se stesso, vero mediatore, congiunge cielo e terra, invisibile e visibile, l'uno e i molti, il paradiso e l'inferno. Così, l'Evento dato una volta per tutte prende forma nel trapasso dall'antico al nuovo. 
L'intuizione dell'artista, veggente che plasma di linee e colori ciò che nel tempo e nella coscienza di esso è chiamato a riacquistare forma, anticipa la figura di quel che sarà, e lo fa, come lo seriba saggio del vangelo, traendo dal suo tesoro cose antiche e cose nuove. L'arte è: dinamica dell'avvento. Dove l'antico promesso è già trasfigurato, nell' oggi, dalla presenza annunciata del nuovo che viene. Solo così, essa sa dare istantanea vita a ciò che non è più e a ciò che ancora non è - i quali entrambi, a loro volta, nel loro non-essere che li pone in relazione l'uno all'altro, danno essere al presente che incessantemente li raccoglie e li tramanda. Chi - mediatore fatto si nulla - congiunge i due mondi è lo stesso che, rinnovando a ogni istante il suo farsi nulla, congiunge i tempi, memoria e promessa, nell' oggi. Quell' oggi che pure esso è non essendo - che s'accoglie, cioè, dal passato e si dona al futuro per rivivere, nuovo, al di là di se stesso.

L'opera sorprendente e del tutto originale di Armanda Negri appare, a tutta prima, una riedizione che direi laica e universale, modernissima ma al tempo stesso già al di là del moderno, delle ieratiche iconostasi della tradizione bizantina e, più ancora, slava e russa. Eppure, esplicitamente richiama la scansione delle stazioni della via Crucis, tipica della più radicata tradizione cattolica dell'Occidente, anch'esse interpretate con gusto simbolico e sensibilità squisitamente postmoderna. Indissolubilmente fuso con questa forma è il contenuto che essa porge, suggerito, da subito, nel movimento di concentrazione che indirizza lo sguardo alla formella punto d'incrocio del pannello centrale, e insieme degli altri due collaterali che alla prima fanno cornice, dilatandone gli orizzonti in prospettiva cosmica ed escatologica. Da qui, in simultanea, il movimento urge in due direzioni: quella, originante, al di là della raffigurazione stessa, con l'invito a tuffarsi nell'invisibile eppure pacificante ricchezza evocata dall' oro dell'icona; e quella, conseguente, sulla superficie del visibile, con l'invito a rincorrere l'irraggiarsi in ogni direzione del sangue che lava, rendendole candide, le vesti dei martiri discepoli dell'Agnello. 
Si congiungono in tal modo, nell'intuizione estetica del mediatore che si fa nulla stringendo in uno il divino e l'umano: diacronia e sincronia, temporalità e spazialità. La prima, perché nell'opera si ritrovano le risorse con cui, nel tesoro della sua molteplice memoria, la cultura d'ispirazione cristiana ha espresso l'Evento. La seconda, perché la raffigurazione proposta trasfigura, dal di sotto e dal di dentro, l'intero estendersi e protendersi, al di là di sé, dell'umanità e della storia. La diacronia, in particolare, risalta in riuscita e stimolante sinteticità di approccio, affatto sineretico e di maniera, nello sciogliere in plasticità inedita almeno tre modalità distintamente dislocate dalla geografia e dalla storia dell' arte cristiana: quella iconica dell' Oriente, in cui è il Divino dorato della risurrezione e della gloria trinitaria a trasverberare il cosmo umano; quella realistica medioevale, in cui è il Crocifisso ottenebrato a raccogliere in sé la tragica sofferenza dell'uomo, con ciò stesso mostrandola redenta dal sovrappiù indicibile dell'amore; quella, priva ormai di forma, della modernità matura che urge al trapasso, in cui è il colore soltanto, non più racchiuso nei contorni della figura, a suggerire la traccia di ciò che lacera di dolore l'uomo e lo trafigge di luce, spingendolo prima a sfigurarsi per ritrovarsi poi nella forma che lo identifica, ma in correlazione con il tutto. La suggestione che ne viene ,è pregna di indefiniti echi. Così le formelle del pannello centrale( immediatamente contigue all' oro, quasi braccia orizzontali del Crocifisso in cui sono schizzate: due sfumate sagome a colloquio, una sequela di anime dolenti, un suggestivo uomo dei dolori in croce e, forse, un oscuro sepolcro ... Ma è l'oro della formella centrale a catturare lo sguardo interiore, nell'invito al trascendimento estatico. Il Divino: la sua innata e beatificante pienezza. Non il Nulla che resta inattingibile, ma la gratuita e illuminante partecipazione alla sua natura: theias koinonoì physeos (2 Pt 1,4). La vera sorpresa, però, è in ciò che l'uniformità quieta della superficie dorata è attraversata da una piaga anch'essa dorata, seppure d'altra tonalità sì da rendersi immediatamente percepibile, e che apre sugli abissi profondi, per sé inaccessibili, del Divino. "Elì, Elì, lemà sabactdni: Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?" (Mt 27,46). La piaga del Mediatore: piaga divina di Chi perde, di Sé, Dio in Sé, perché i separati siano uno: "Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch'essi uno in noi" (Gv 17,21). Piaga che è insieme quella tenebrosa dell' ora nona, quando il sangue divino della redenzione, dal cuore squarciato di Cristo scende a risanare le ferite altrimenti fatalmente mortali dell'umano; e, per ciò stesso, quella sfolgorante luce del roveto ardente e incombusto della vita di Dio. La piaga dorata è, dunque, irradiazione del Dio tre volte Santo. Egli, che si rivela amore nel Crocifisso, è tutto e solo Amore in Sé: e così piaga, squarcio di Sé per l'Altro. Ma senza ombra né attesa. Dio, infatti, perché non è - perché si dà -è: istantaneo e sempiterno Dono. 
Tale inabissarsi nel Sole infinito eppure accogliente della Vita divina non è fuga dal mondo, ma ne rischiara, piuttosto, il vero esserci e il definitivo destino. In illa vivimus, movimus et sumus (At 17,28). Se il centro dell'evento vissuto dal Crocifisso è l'entrata - la porta - nell'insondabile abisso dell'Amore, le sue braccia stese in Croce e il sangue che sgorga copioso dal costato, misto all'acqua dello Spirito, stringono a sé e irrigano le creature d'ogni tempo e d'ogni luogo. I due pannelli laterali, in realtà, universalizzano l'Evento, che pure ne resta la permanente e rinnovata scaturigine. A sinistra, è suggestivo riconoscere nel candelabro a sette braccia i sette Spiriti che presiedono alla missione della Chiesa, Sposa di Cristo immacolata, sì, ma insieme peccatrice e sempre bisognosa di purificare la sua memoria e di offrirsi disarmata all'azione riformatrice dello Spirito per testimoniare, nella trasparenza di sé, il suo Signore crocifisso e risorto. A destra, sembra invece d'intuire il fuoco dello Spirito, uno insieme e suddividentesi in mille e mille fiamme sul capo dei chiamati, vicini e lontani, consapevoli del dono o comunque aperti all'ispirazione di vero, al desiderio di bene e al sogno di bellezza che tutti inabita e sollecita. 
Le lingue di fuoco dello Spirito che nel primo pannello scendevano dall' alto, in questo secondo sono attratte in un movimento ascensivo, grazie al quale, al centro, si ricongiungono risucchiate in un vortice che le infutura nell'infinito della voragine d'amore del Padre, del Figlio e dello Spirito. Ove più non c'è necessità "della luce del sole, né della luce della luna, perché la gloria di Dio la illumina e la sua lampada è l'Agnello" (Ap 21(23).

PIERO CODA  
Luglio 2001